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mercoledì 24 Giugno 2026
Lavoro a Taranto: paura e precarietà

Taranto vive giorni di profonda inquietudine. Le strade, i mercati, i quartieri risuonano di preoccupazioni che non sono più solo economiche, ma umane. La città si interroga sul proprio futuro, mentre due vicende – diverse ma intrecciate – hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza, sul lavoro e sulla dignità delle persone.

Da un lato, la tragedia avvenuta all’ex Ilva, dove l’operaio Claudio Salamida, 46 anni, ha perso la vita precipitando nell’Acciaieria 2. Un incidente che i sindacati definiscono “evitabile” e che riporta al centro il tema della sicurezza negli impianti siderurgici, già segnati da anni di emergenze e incertezze.

Dall’altro, la situazione dei lavoratori Vestas, colpiti dall’annuncio della chiusura del sito tarantino e dal trasferimento delle attività fuori città. Una decisione che rischia di cancellare posti di lavoro qualificati in un territorio che non può permettersi ulteriori perdite.

In mezzo, ci sono le persone. Cittadini che parlano con voce rotta: – genitori che hanno figli e nipoti in fabbrica, tra acciaieria e cokeria; – pensionati che ricordano anni di sacrifici e oggi vedono “tutto spento”; – lavoratori rimasti mesi senza reddito, senza integrazioni, senza risposte; – famiglie che raccontano separazioni, sfratti, crolli psicologici.

«Siamo al massimo della sopportazione», dice un ex dipendente dell’Isola Verde. «Comune, Provincia, Regione… tutte chiacchiere. La gente è allo stremo».

C’è chi punta il dito contro i giovani, accusati di cercare “guadagni facili”, e chi invece chiede di guardare oltre gli stereotipi: «Non c’è lavoro, e quando c’è è precario, rischioso, mal pagato».

Il filo conduttore è uno solo: la solitudine. La sensazione diffusa che Taranto sia lasciata a se stessa, senza una strategia industriale, senza un piano occupazionale, senza un progetto per i giovani.

«Serve l’intervento dello Stato», dice un cittadino. «Il governo deve prendere in mano la situazione. Così non si risolve niente».

Taranto chiede ascolto. Chiede sicurezza. Chiede lavoro dignitoso. Chiede futuro.

E mentre la città piange un’altra vittima del lavoro e osserva con timore la fuga delle imprese, resta una domanda che rimbalza ovunque: chi si prenderà cura di Taranto?

Servizio a cura di Federica Pompamea