La morte di Claudio Salamida, 47 anni, avvenuta il 12 gennaio scorso all’interno dell’ex Ilva, continua a scuotere Taranto e l’intero territorio. Una tragedia che non lascia solo dolore, ma apre interrogativi profondi sulla sicurezza negli impianti e sulle condizioni in cui operano migliaia di lavoratori.
Ai microfoni di Cittadella Radio e Cittadella TV è intervenuta l’avvocata Ornella Tripaldi, legale della famiglia. Un racconto duro, che parte da una frase che Claudio ripeteva spesso alla moglie: «Ho paura di andare a lavoro, chissà se mi succede qualcosa». Parole che oggi assumono un peso drammatico.
Secondo l’avvocata, Claudio, percepiva che le condizioni di sicurezza non fossero sufficienti a garantire la sua incolumità e quella degli altri operai».
La tragedia ha riportato al centro il tema della rassegnazione che attraversa molti lavoratori: costretti a scegliere tra la sicurezza personale e la necessità di mantenere la famiglia, in un contesto segnato da cassa integrazione e precarietà.
Dagli atti giudiziari emergono dettagli importanti: accanto al corpo di Claudio è stato ritrovato il casco rosso con il suo nome scritto a mano. Claudio indossava i dispositivi di sicurezza ma una caduta da sette metri non gli ha lasciato scampo.
La domanda è: quei dispositivi erano adeguati? E quell’area dello stabilimento era davvero in sicurezza?.
Domande che ora attendono risposte dalla magistratura. La famiglia chiede verità, giustizia e la certezza che tragedie come questa non si ripetano.