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sabato 10 Ottobre 2026
Ex Ilva verso la chiusura

La decisione della Corte d’Appello di Milano è arrivata e segna un punto di non ritorno nella storia dello stabilimento siderurgico di Taranto. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’Ilva in amministrazione straordinaria, confermando il provvedimento che impone la chiusura dell’area a caldo entro il 28 ottobre.

La Corte aveva già spiegato le ragioni del decreto emesso a fine luglio:

  • presenza diffusa di amianto,

  • persistenza di emissioni nocive,

  • condizioni incompatibili con la tutela della salute pubblica.

La sospensiva richiesta dall’azienda è stata quindi respinta, rendendo esecutivo il fermo degli impianti.

Nei prossimi giorni inizieranno le procedure di spegnimento dell’area a caldo. Un passaggio che mette fine al ciclo integrale dell’acciaio, cambiando radicalmente gli scenari industriali e occupazionali.

Il fermo dell’area a caldo avrà inevitabilmente un effetto domino sull’area a freddo e sull’intera filiera produttiva, dagli stabilimenti ionici a quelli del Nord.

La situazione occupazionale è drammatica:

  • 8.000 lavoratori a Taranto,

  • 10.000 in tutto il gruppo,

  • migliaia nell’indotto già colpiti da procedure di licenziamento.

Non è da escludere che l’azienda possa ricorrere alla cassa integrazione per l’intera popolazione lavorativa. Una prospettiva che riporta Taranto a un’emergenza sociale senza precedenti.

La chiusura dell’area a caldo arriva 66 anni dopo la posa della prima pietra del quarto centro siderurgico, accolto allora come una benedizione per una città e un Mezzogiorno in cerca disperata di lavoro.

Oggi, 66 anni dopo, il dramma dei posti di lavoro si ripresenta con la stessa forza, ma senza una direzione chiara per il futuro.

La città si trova ora davanti a una svolta storica: la fine dell’area a caldo non è solo un fatto industriale, ma un passaggio che ridefinisce identità, economia e prospettive del territorio.

Servizio a cura di Enzo Ferrari