La scena è ormai familiare: la sera, sul divano, la TV accesa in sottofondo e lo smartphone tra le mani. Un gesto automatico, quasi inconsapevole, che accomuna adulti e ragazzi. Non è più un’abitudine dei soli minori: la dipendenza digitale attraversa tutte le generazioni, ma spesso gli adulti faticano ad ammetterlo. E’ una delle tematiche uscite con Gabriella Barcariol, avvocata minorile.
Gli esperti spiegano che i più giovani sono nati in questo mondo iperconnesso, mentre gli adulti ci sono stati catapultati dentro senza preparazione. E proprio questa differenza di approccio crea spesso tensioni. Nelle famiglie, infatti, la tecnologia può diventare un detonatore: disattenzione reciproca, incomprensioni, gelosie legate ai social, fino a veri e propri conflitti.
Negli ultimi anni, psicologi e operatori sociali hanno registrato un aumento di casi in cui l’uso eccessivo dei dispositivi ha contribuito a incrinare i rapporti familiari. Non si parla solo di tradimenti o comportamenti scorretti online, ma di una presenza costante sui social che sottrae tempo, ascolto e attenzione alla vita reale. “Se tu fai quello che vuoi, allora lo faccio anch’io”: è questa la dinamica che spesso si innesca, trasformando lo smartphone in un simbolo di distanza emotiva.
Il problema non riguarda solo i ragazzi che passano ore davanti allo schermo, ma anche genitori che, pur senza volerlo, trasmettono un modello di disconnessione affettiva. La tecnologia, se non gestita, diventa un terzo incomodo che si inserisce tra le persone, creando silenzi, irritazioni e un senso di solitudine condivisa.
La sfida, oggi, è trovare un equilibrio: riconoscere che la dipendenza digitale esiste, che non riguarda solo i più giovani e che può essere affrontata solo con consapevolezza e dialogo. Perché la distanza più difficile da colmare non è quella tra due stanze, ma quella tra due persone sedute sullo stesso divano, ognuna immersa nel proprio schermo.