Il progetto del rigassificatore al molo polisettoriale di Taranto continua a sollevare dubbi e preoccupazioni, soprattutto dopo le osservazioni di Legambiente. Secondo la presidente Lunetta Franco, l’elemento più critico riguarda le distanze di sicurezza che verrebbero applicate alla navigazione attorno all’impianto. Se fossero adottate misure simili a quelle previste per il terminale offshore di Livorno, il porto di Taranto rischierebbe una vera e propria paralisi.
A Livorno, infatti, il regolamento prevede tre aree concentriche: – una zona di interdizione totale, dove è vietato qualsiasi tipo di attività; – una zona di limitazione, con transito consentito solo a bassa velocità; – una zona di preavviso, dove la sosta è ammessa solo in caso di emergenza.
Applicare un modello simile a Taranto, però, significherebbe bloccare quasi tutte le operazioni del molo polisettoriale, lasciando spazio unicamente alle navi metaniere dirette al rigassificatore.
Il traffico previsto dal 2028 è significativo: 100 navi l’anno, con capacità media di 200.000 metri cubi di GNL e quasi tre attracchi a settimana. Numeri che, combinati con le restrizioni alla navigazione, creerebbero interferenze pesanti con il traffico commerciale tradizionale.
Ma le conseguenze non riguarderebbero solo la logistica portuale. Secondo Legambiente, l’impatto sarebbe devastante anche per il nascente laboratorio per l’eolico offshore, finanziato con 28 milioni di euro e destinato a diventare un polo strategico per la transizione energetica. L’area, infatti, verrebbe di fatto resa inutilizzabile.
A ciò si aggiunge il tema occupazionale: un porto limitato nelle sue funzioni rischierebbe di perdere competitività e posti di lavoro, vanificando anni di investimenti pubblici.
Il dibattito resta aperto e complesso. La sfida sarà trovare un equilibrio tra sicurezza, sviluppo energetico e tutela delle attività portuali, evitando che una scelta strategica si trasformi in un freno per l’intero territorio.
Servizio a cura di Debora Notarnicola