La città continua a protestare, ieri l’assemblea permanete convocata da Giustizia per Taranto si è incontrata sotto la Prefettura per chiedere che l’accordo di programma non venga firmato; mentre un lungo corteo ha occupato il centro del borgo.
Le associazioni ambientaliste, rifiutano l’etichetta di violenti denunciando la strumentalizzazione della loro rabbia . Continuano a chiedere che la fabbrica sia chiusa e l’accordo di programma non venga firmato.
Un accordo di programma e due piazze per contrastarlo. Due proteste e due pensieri differenti sul futuro dello stabilimento. A Taranto continuano i sit-in delle associazioni ambientaliste, comitati e movimenti civici per dire no alla nuova Autorizzazione Integrata Ambientale, che prevede una produzione integrale a carbone per altri 12 anni; no anche all’accordo di programma per la decarbonizzazione che oggi sarà discusso al ministero delle Imprese e Made in Italy nonostante l’assenza del sindaco dimissionario Piero Bitetti.
Due piazze di protesta, la prima ieri mattina, a cui hanno preso parte i Genitori Taranti, Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Convocatoria Ecologista e singoli cittadini. Vecchi e nuovi ambientalisti riuniti davanti al Palazzo di Città. Una protesta proseguita nel pomeriggio con un sit-in del Comitato spontaneo No alle discariche. Quella di ieri sera, invece era un’assemblea permanente organizzata da Giustizia per Taranto.
«Rimandiamo al mittente le accuse di vandalismo di chi ha scambiato la mobilitazione per un movimento di facinorosi. Siamo gente che difende la propria terra, che desidera lottare per conquistare diritti sociali e civili». Michael Tortorella è un giovane attivista, fa parte della Convocatoria Ecologista e in questi giorni è balzato all’onore delle cronache per il suo intervento all’assemblea di lunedì scorso. Come tanti altri ieri mattina era davanti a Palazzo di Città per denunciare la strumentalizzazione della rabbia, avvenuta in questi giorni sulle pagine dei quotidiani.
«Dopo le dimissioni del sindaco – ha spiegato – siamo stati fortemente etichettati e c’è stata una criminalizzazione della mobilitazione. C’è stato detto che eravamo incappucciati, violenti e perfino degli eco-talebani. Ma noi siamo convinti che Bitetti non si sia dimesso soltanto perché è stato contestato, questo è un dato politico. Forse ha riconosciuto di non essere all’altezza di poter rappresentare questa comunità». Per chi si trovava in piazza ieri mattina l’accordo di programma e la decarbonizzazione sono l’ennesimo inganno. «Si vuole salvare – aggiunge l’attivista – la produzione e la fabbrica a discapito delle persone che sono ai margini. Non vogliamo un confronto sull’accordo di programma, vogliamo che la fabbrica sia chiusa e bonificata. Serve una riforma sociale, deve prendere parola e ragionare di passato, presente e futuro, chi ha subito questa violenza e continua a protestare per e con la cittadinanza».
Per il Comitato spontaneo “No alle discariche” nato a Paolo VI, la questione va ben oltre l’ex Ilva. «Le istituzioni – racconta Camilla Caroppo – ancora una volta hanno agito violenza nei nostri confronti, togliendoci la possibilità di confrontarci. Si è fatto in modo che ci fossero cittadini di serie A e di serie B. Noi abbiamo rivendicato il nostro diritto a parlare. Avremmo voluto dire che non si può ridurre tutto all’accordo di programma, ma di tutte quelle grandi opere che si vogliono installare nel tarantino, come rigassificatore, dissalatore e la discarica di Paolo VI. La nostra comunità è stanca di non poter decidere per la sua salute i suoi territori».
Ha scelto di continuare a riunirsi davanti alla prefettura e ad avere un atteggiamento mirato alla mediazione Giustizia Per Taranto. «Abbiamo scelto la Prefettura – puntualizza Massimo Ruggeri – perché gli occhi puntati al Mimit, che sta cercando di scavalcare il Comune di Taranto e le opposizioni locali, insieme alla Regione, che purtroppo gli fa sponda».