Una mattina intera trascorsa in attesa. Una delega valida. Documenti ufficiali che parlano di “pericolo di vita”. Eppure, nessun pass rilasciato.
È la storia di Alessandra Pagano, moglie e caregiver di Stefano Falcone, 53 anni, ex operaio Natuzzi residente a Lama, affetto da una patologia tumorale in fase avanzata che rende ogni spostamento dal domicilio un rischio gravissimo.
Da settimane Alessandra tenta di rinnovare per la quarta volta il Contrassegno Unificato Disabili Europeo (CUDE) e di ottenere uno stallo sotto casa. Ma la Polizia Locale continua a pretendere la presenza fisica di Stefano allo sportello, ignorando certificazioni mediche, verbali ufficiali e la dicitura inequivocabile: “totalmente dipendente da un accompagnatore per compiere gli atti quotidiani di vita”.
«Sono qui dalle 9.00, ho una visita salvavita martedì e non mi mettono nelle condizioni di raggiungere l’ospedale», racconta Alessandra, stremata dopo ore di attesa e rimbalzi. Intorno a lei, persone che passano avanti, telefoni che squillano, tentativi disperati di ottenere aiuto. «Sembra che esistano malati di serie A e malati di serie B.»
Nel frattempo, il Consiglio Comunale ha approvato tre emendamenti che riportano il regolamento in Commissione Servizi, con l’obiettivo di modificarlo e consentire a caregiver, familiari e amministratori di sostegno di ritirare il CUDE tramite delega. Una decisione presa all’unanimità, anche su sollecitazione del Garante regionale dei disabili, che per tutta la giornata ha tentato di supportare Alessandra.
Ma la realtà degli uffici, oggi, racconta un’altra storia: quella di una burocrazia che non riesce a vedere la persona dietro il documento.
La vicenda di Alessandra e Stefano non è un caso isolato. È il simbolo di un sistema che, quando non si aggiorna, rischia di diventare ostile proprio verso chi avrebbe più bisogno di tutela.
E mentre la politica corregge il regolamento, la vita reale continua a chiedere risposte immediate.
Servizio a cura di Valentina Castellaneta