Non dobbiamo temere la vecchiaia.
Non dobbiamo sfuggirla, né fingere che non arrivi.
È parte della vita, è la sua stagione più silenziosa e, proprio per questo, più densa.
Abbracciare la vecchiaia è come accettare il tramonto senza spegnere il cuore, sapendo che dopo, inevitabilmente, verrà un’altra alba.
Il problema non è l’invecchiare in sé, ma come si sceglie di viverlo.
Si può invecchiare con rancore, con il rimpianto per ciò che non si è più. Oppure si può invecchiare con gratitudine, come se ogni ruga fosse una medaglia di tenerezza, ogni passo lento un tempo guadagnato.
È una grazia imparare a rallentare. È una grazia sentire che, anche se il corpo si fa stanco, l’anima può diventare più lieve, più luminosa, come se trovasse finalmente il suo spazio.
È così che anche la vecchiaia può diventare fertile.
Un tempo buono, in cui si può amare ancora, forse meglio. In cui si può insegnare senza parole, solo con la presenza.
In cui si può irradiare pace.
E poi c’è la morte. Che non è la fine.
Lo ha scritto Francesco – non nel silenzio dell’agonia, ma nella forza della parola – come si scrive una carezza: la morte è l’inizio di qualcosa. È un passaggio, e chi ha amato davvero sulla terra ne sente già l’eco.
Vivere amando è già un modo di toccare l’eternità.
Quelle parole, intense e vere, Francesco le ha donate nella prefazione al libro di Angelo Scola, suo fratello nel pensiero e nella fede. E sono parole che ora brillano ancora di più, adesso che lui non c’è più. O forse sì, c’è ancora, ma altrove.
C’è nel grazie sussurrato all’infermiere Massimiliano, che lo accompagnò in piazza quel giorno di Pasqua, quando la tentazione di abbracciare il suo popolo fu più forte della stanchezza. «Credi che possa farlo?». Sì, Papa Francesco, lo potevi fare. E l’hai fatto.
C’è nel sollievo del chirurgo Alfieri, che ci consola dicendo che no, non ha sofferto. E nel dolore del parroco di Gaza, che gli ha parlato poco prima dell’ultimo respiro, raccontando dell’ennesima vittima, l’ultima: lui, il Papa della pace.
Fino all’ultimo, Francesco è rimasto Francesco. Non ha abbandonato il suo posto, ha camminato con il popolo, sporcandosi le mani, abbracciando i dimenticati. Portava davvero l’“odore delle pecore”, come disse all’inizio del suo pontificato.
E ha fatto della Chiesa un luogo più umano, più accogliente. Un ospedale da campo, come lui stesso l’ha definita.
Ha amato senza misura, anche quando nessuno guardava. Come nel gesto silenzioso, durante il Covid, verso le prostitute transessuali del litorale romano. Aiutò, ascoltò, poi tornò a trovarle. Le chiamava per nome. E loro lo ripagarono con empanadas e lacrime.
Questa era la sua Chiesa. Una Chiesa con il cuore.
Ora si apre una nuova pagina.
Chi verrà dopo saprà amare così? Saprà chinarsi così, parlare con così tanta verità, accarezzare con tanta misericordia?
Non lo sappiamo. Ma oggi, lasciamoci attraversare da una certezza dolce: la vita continua.
Anche quella di Francesco. In noi, nel bene che ha seminato, nei gesti che resteranno.
E forse, guardando il cielo, potremo ancora sentire la sua voce:
«Non abbiate paura. La luce non finisce. Cambia soltanto casa.»