La giornata di un mitilicoltore inizia quasi sempre all’alba e non ha un orario di fine. È un lavoro che si svolge dodici mesi l’anno, compatibilmente con le condizioni meteo, e che richiede una presenza costante in mare. Una tradizione radicata nel territorio tarantino, ma oggi sempre più fragile.
«I giovani sono pochissimi, quasi nessuno», racconta un operatore del settore. «Ogni anno c’è perdita di prodotto e non c’è più quel guadagno che permetteva di vivere. Con la moria continua, i ragazzi scelgono altro».
La mitilicoltura è infatti un’attività faticosa e rischiosa, soprattutto in termini di produttività. Le mareggiate, il vento e le variazioni climatiche influiscono pesantemente sulla resa. A questo si aggiunge il costo dello spostamento del novellame dal primo al secondo seno del Mar Piccolo, un’operazione complessa e totalmente a carico degli operatori.
Lo spostamento, previsto entro febbraio, quest’anno è stato prorogato a causa del maltempo. «Non si poteva fare nei tempi stabiliti. Abbiamo chiesto una proroga fino a fine marzo e l’ASL l’ha concessa. È un segnale che i monitoraggi stanno dando esiti positivi», spiega l’operatore.
Il 2026 sembra partire con prospettive migliori, ma resta l’incognita del caldo. Con quasi tutta la produzione concentrata nel secondo seno, il rischio di sovraffollamento è alto e, come ogni anno, potrebbe portare a nuove morie.
La mitilicoltura tarantina continua così a muoversi tra speranza e difficoltà, sostenuta dalla tenacia di chi, nonostante tutto, non vuole abbandonare un mestiere che è parte dell’identità del territorio.
Servizio a cura di Debora Notarnicola