La Città Vecchia di Taranto oggi appare diversa. I vicoli che solitamente risuonano di voci, passi, saluti e quotidianità sono immersi in un silenzio che pesa. È il silenzio della vergogna e del dolore dopo l’omicidio di Sako Bakari, il giovane maliano ucciso il 9 maggio in un’aggressione che ha scosso l’intera città.
A raccontare questo sentimento collettivo è don Emanuele Ferro, parroco della Basilica di San Cataldo e figura centrale della comunità. Un sacerdote che da anni vive e accompagna la Città Vecchia, conoscendone fragilità, ricchezze, contraddizioni e umanità. «Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome — afferma — perché se vogliamo un cambiamento dobbiamo essere autentici: è stato assassinato un innocente».
Don Emanuele parla con la lucidità di chi conosce profondamente il territorio: «Conosco questi vicoli, conosco queste persone. Qui c’è sempre stata una solidarietà diffusa, una tolleranza verso ogni forma di diversità. Per questo questa violenza mi ha spaventato e colpito». Una violenza che non riconosce come parte della storia recente della Città Vecchia, pur consapevole dei problemi economici, sociali e di legalità che il quartiere ha affrontato.
Il sacerdote rifiuta però ogni tentativo di etichettare il quartiere come unico responsabile: «È accaduto qui, ma poteva accadere ovunque. Questo non giustifica nulla, ma ci ricorda che il male non ha confini geografici». La sua riflessione diventa un appello alla responsabilità educativa: «La vergogna è un sentimento umano. È la vergogna che dovrebbe provare ogni genitore davanti al fallimento educativo dei propri figli. Ma la vergogna può essere un punto di partenza, non una condanna».
Per don Emanuele, la risposta non è fuggire, ma restare: «Nessuno vuole andare via. L’unica salvezza è viverci insieme, crescere insieme, camminare insieme. Mai lasciarsi sconfiggere dal male».
La sfida che lancia è quella di un’intera città: trasformare il dolore in un impegno concreto per l’educazione, l’integrazione e la cura delle relazioni. Perché il 9 maggio non diventi solo la data di una tragedia, ma il giorno in cui Taranto ha deciso di guardarsi dentro e cambiare.
Servizio a cura di Valentina Castellaneta