Una rete complessa, ramificata, costruita per far entrare clandestinamente nel territorio nazionale centinaia di cittadini extracomunitari. È quanto emerso dall’indagine “Babele”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto, che ha portato all’esecuzione di misure cautelari in nove province italiane.
Secondo gli inquirenti, il sistema coinvolgeva avvocati, commercialisti, imprenditori e intermediari stranieri, tutti parte di una presunta associazione a delinquere che avrebbe trasformato il decreto flussi in uno strumento per agevolare l’immigrazione clandestina. Gli stranieri, provenienti soprattutto da Pakistan, Bangladesh e India, avrebbero pagato 6.500 euro per ottenere un nulla osta e un visto d’ingresso: • 5.000 euro destinati ai datori di lavoro compiacenti, • 1.000 euro ai promotori dell’organizzazione, • 500 euro agli intermediari.
Alla base delle domande presentate sul portale ministeriale ALI, vi erano fabbisogni lavorativi inesistenti: aziende della ristorazione, dell’edilizia, dell’agricoltura e della telefonia venivano chiamate in causa per simulare rapporti di lavoro mai avvenuti. Una volta in Italia, i lavoratori venivano impiegati a nero nel settore agricolo, finendo in un circuito di sfruttamento.
Ruolo centrale nella gestione delle pratiche avrebbe avuto un CAF di Taranto, riconducibile al 52enne Antonio Damiano Milella, che insieme all’avvocato 63enne Michele Cervellera avrebbe occupato una posizione apicale nell’organizzazione. Le intercettazioni hanno rivelato una struttura gerarchica e l’uso di un linguaggio criptico: parole come “regali”, “caffè” e “mandarini” venivano utilizzate per indicare somme di denaro.
Le ordinanze di custodia cautelare, eseguite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Ionico, coinvolgono 29 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere aggravata, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e favoreggiamento aggravato e continuato.
L’indagine è partita da un fatto estraneo all’attività illecita, ma ha presto rivelato un sistema che faceva leva sulla fragilità economica delle persone reclutate: uomini e donne che avrebbero venduto tutto ciò che possedevano nei Paesi d’origine, convinti di trovare in Italia un futuro migliore, finendo invece nella spirale del lavoro irregolare e dello sfruttamento.
Servizio a cura di Debora Notarnicola