L’incontro interlocutorio tenuto martedì scorso a Palazzo Chigi ha riaperto un copione già visto: discussioni, ipotesi, tavoli tecnici, ma nessuna decisione definitiva sul futuro dell’ex Ilva. Una storia che attraversa governi diversi e che oggi ricade sulle spalle dell’attuale esecutivo, chiamato a gestire una crisi che non riguarda solo la fabbrica, ma l’intero territorio ionico.
Secondo Paolillo, il confronto ha riproposto temi già noti:
la transizione ai forni elettrici,
il ruolo di ERAI,
la necessità di nuovi investimenti.
Ma restano aperte le domande fondamentali: chi investirà? quali risorse verranno messe in campo? quando partiranno i cantieri? quando entreranno in funzione le nuove tecnologie?
E soprattutto: quanti lavoratori serviranno nella siderurgia del futuro? È realistico pensare che la nuova Ilva avrà bisogno di molti meno addetti.
Paolillo avverte: cassa integrazione, ammortizzatori e scivoli saranno inevitabili, ma non possono diventare la prospettiva di Taranto. Una città non può essere condannata a chiedere assistenza. La crisi industriale rischia di trasformarsi in una crisi sociale.
Il presidente rilancia un tema cruciale: le bonifiche. Non come intervento marginale, ma come diritto dei tarantini e come opportunità industriale.
Bonifiche vere:
nella terra,
nelle falde,
nel mare,
nelle aree contaminate.
Il risanamento può diventare una grande politica industriale e occupazionale, capace di generare anni di lavoro. Non immaginando che migliaia di operai siderurgici diventino addetti alle bonifiche, ma costruendo un programma pubblico con:
cantieri,
imprese,
formazione,
nuove competenze,
percorsi di ricollocazione.
La città ha bisogno di una strategia che vada oltre la vertenza industriale. Il futuro non può essere solo la gestione dell’emergenza: deve essere ricostruzione, risanamento, sviluppo.
Servizio a cura di Debora Notarnicola