Davanti ai cancelli dello stabilimento ex Ilva, il clima è di sgomento e rabbia. La morte di Claudio Salamida, precipitato dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2 mentre controllava alcune valvole, continua a sollevare domande pesanti. A parlarne è Davide Sperti, segretario UILM Taranto, che ricostruisce una vicenda fatta di necessità, solitudine e condizioni di lavoro inaccettabili.
Claudio non era un operaio dell’Acciaieria 2. Aveva chiesto il trasferimento per evitare la cassa integrazione a zero ore, spinto dal bisogno di lavorare. «Era uno di quelli che non volevano restare fermi – spiega Sperti – e dopo la fermata dell’ACREA1 aveva chiesto subito di essere impiegato altrove».
Ma secondo la UILM, Claudio non doveva trovarsi lì. Il convertitore 3 aveva concluso la manutenzione il 9 gennaio, eppure nell’area erano ancora presenti pedane in legno non fissate, in un punto dove mancava il pavimento. «È inconcepibile – denuncia Sperti – che un reparto dichiarato in sicurezza presenti ancora pedane provvisorie, non ancorate e senza alcuna delimitazione».
A questo si aggiunge un altro elemento: Claudio era solo. In un reparto isolato, al quinto piano, dove – secondo le procedure – non si può accedere senza un collega. «Perché era lì da solo? Perché si regolavano manualmente valvole che avrebbero dovuto funzionare in automatico?», chiede Sperti.
La tragedia ha colpito una giovane famiglia: Claudio aveva 47 anni, era sposato e padre di un bambino di tre anni. «Non ci sono parole per la famiglia – dice Sperti – ma questa morte deve scuotere le coscienze di chi da anni rimanda decisioni fondamentali per la sicurezza e il futuro dello stabilimento».
Il segretario UILM parla apertamente di ricatto occupazionale, un meccanismo che da decenni schiaccia i lavoratori tra la paura di perdere il lavoro e la necessità di accettare condizioni non sicure. «È un dilemma che Taranto vive da troppo tempo. Una fabbrica dichiarata non sicura, ma dove si continua a lavorare perché la gente ha bisogno di vivere».
Dalla politica nazionale, intanto, non arrivano segnali. «Da Roma nessuna novità – conclude Sperti – solo dichiarazioni lontane dalla realtà quotidiana di chi rischia la vita ogni giorno».
Una tragedia che riapre ferite mai chiuse e che, ancora una volta, mette in luce la distanza tra promesse, sicurezza e vita reale degli operai dell’ex Ilva.