In Piazza Fontana, nel cuore della Città Vecchia, i fiori che ieri adornavano l’altare di San Cataldo oggi sono ancora lì. Non più simbolo di festa, ma di lutto. Sono stati deposti nel punto esatto in cui Sako Bakari, giovane bracciante maliano, è stato ucciso all’alba del 9 maggio. Accanto ai fiori, oggi, ci sono anche i disegni dei bambini della quarta B della Scuola Consiglio, portati personalmente dagli alunni, accompagnati dalla maestra Matilde.
In classe, racconta l’insegnante, hanno parlato dell’accaduto con parole semplici e sincere. Hanno discusso dell’importanza di aiutare chi è in difficoltà, come Sako che quella mattina aveva bisogno di aiuto e non l’ha ricevuto. Hanno parlato di razzismo, di rispetto, di diversità. «Un bambino ha ricordato una frase: diversi ma uguali. Mi sono commossa leggendo i loro pensieri», racconta la maestra. «Gli ho detto: scrivete quello che sentite, con la penna che volete, del colore che volete. Sono usciti capolavori».
Durante la veglia in Cattedrale, Don Emanuele Ferro ha invitato la comunità a portare i fiori del santo sul luogo del delitto, trasformando quel punto in un sacrario spontaneo. «La parola baby non dovrebbe mai stare accanto alla parola assassino», ha detto il parroco, riferendosi alla baby gang responsabile dell’omicidio. Ha richiamato la città alla vergogna, quella che nasce quando un fratello muore sull’asfalto e la comunità non riesce a proteggerlo. Ha chiesto coerenza a chi festeggia il patrono, “amante dei forestieri”, ma dimentica chi muore sotto le nostre case.
Tra i vicoli della Città Vecchia, dove la vita è dura ma il cuore sa essere d’oro, la lezione più forte arriva proprio dai bambini. I loro disegni, lasciati su un marciapiede, raccontano più di mille discorsi: l’accoglienza non è uno slogan, ma un gesto concreto, un segno di umanità che nasce spontaneo.
Per Sako. Per tutti.
Servizio a cura di Valentina Castellaneta