La situazione all’Ex Ilva continua a precipitare, e tra i lavoratori serpeggia un sentimento che va oltre la preoccupazione: un misto di rabbia e rassegnazione. Da anni chiedono certezze, ma la politica non ha costruito alcuna alternativa per migliaia di persone, né per i dipendenti diretti né per l’indotto, considerato l’anello più fragile della catena.
Negli ultimi giorni alcune attività delle ditte appaltatrici sono state sospese, lasciando a casa lavoratori con contratti a termine e senza alcuna garanzia. Gli ex Ilva in amministrazione straordinaria sono in cassa integrazione da otto anni, un tempo che racconta più di qualsiasi dichiarazione.
“Non ci parla nessuno, il governo è assente”, denunciano gli operai. “La gente muore di fame, specialmente qui a Taranto.” Antonio, dipendente da 25 anni, racconta la vita nel limbo: mutui da pagare, figli da crescere, spese che aumentano. “Il governo pensa al riarmo, non alle vertenze. La vertenza Ilva è la madre di tutte le vertenze industriali, eppure non vogliono trovare una soluzione.”
Dopo 14 anni dal sequestro dell’area a caldo, i lavoratori chiedono strumenti straordinari per tutelare il reddito, leggi specifiche per chi vive questa emergenza e un piano alternativo che crei nuovi posti di lavoro. “Sembra che siamo ai titoli di coda”, dicono. “Lo Stato deve creare un’alternativa.”
La vertenza Ilva non è solo una questione industriale: è una questione sociale, economica e umana. E Taranto non può più aspettare.
Serviziio a cura di Debora Notarnicola