Mentre l’account ufficiale del presidente Trump pubblica la foto di un gruppo di migranti in catene, lunedì ricorrerà l’ottantesimo anniversario della liberazione del Campo di Concentramento di Auschwitz: la Giornata della Memoria.
Quella stessa memoria che, ogni anno che passa, sembra perdere sempre più i contorni. Diventare sfocata. Addirittura… contestata.
Mi ha colpito molto la decisione della senatrice a vita Liliana Segre di non partecipare all’inaugurazione della mostra di Marcello Maloberti al Binario 21, luogo simbolico per chi, come lei, da lì partì verso l’inferno di Auschwitz.
Una scelta sofferta, eppure comprensibile: gli insulti e le minacce che negli ultimi giorni si sono moltiplicati sui social, alimentati dall’uscita di un documentario che celebra la sua straordinaria vita, l’hanno profondamente ferita.
Insulti, proprio così. Parole d’odio gratuite lanciate da tastiere senza scrupoli, che colpiscono non solo una donna di 94 anni ma ciò che ella rappresenta: la memoria, la resilienza, l’impegno a costruire un mondo migliore.
E Liliana non è sola in questo bersaglio di cattiveria.
Anche Corrado Augias, che ha appena festeggiato i suoi 90 anni, è stato travolto dallo stesso, inspiegabile livore.
Sempre più spesso mi sorprendo a chiedermi cosa stia succedendo alla nostra società.
L’odio non si nasconde più, non si cela più dietro l’anonimato.
Chi scrive messaggi così violenti lo fa con il proprio nome, quasi a rivendicare un diritto ad essere orribile.
Possiamo davvero accettare che il Giorno della Memoria venga macchiato da questo clima di odio? Possiamo rassegnarci a un mondo dove i saggi diventano bersagli e il confronto si trasforma in scontro?
Sarò un sognatore, ma – nonostante tutto – voglio continuare a pensare che, se incontrassero Liliana Segre o Corrado Augias per strada, molti di quegli odiatori abbasserebbero lo sguardo e chiederebbero un selfie, come scriveva Massimo Gramellini sul Corriere proprio ieri.
Perché forse il problema è tutto qui.
Il “problema” è che il contatto umano, quello vero, lo stiamo definitivamente perdendo.
E con esso si perde anche la capacità di guardare l’altro negli occhi e riconoscerlo per ciò che davvero è: una persona, non un bersaglio.
Cosa vogliamo essere noi in mezzo a tutto questo?
Siamo davvero pronti ad accogliere un modello di società come quello che i nuovi Stati Uniti stanno presentando, in nome delle nostre relazioni bilaterali privilegiate?
Braccia alzate e catene incluse? Quanto ci assomigliano quei post?
Quanto quegli insulti?
La decisione va presa. E va presa subito.
È uno di quei momenti della Storia. Accade adesso.
Passato il tempo di rispondere colpo su colpo, di ingrassare l’algoritmo, è arrivato il tempo del quadro complessivo, dei fondamentali.
Il tempo del paesaggio.
In fondo, il bello di vivere nell’epoca delle intelligenze artificiali e della realtà aumentata è, alla fine, che si possono inventare tutti i paesaggi che si vogliono.