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lunedì 9 Marzo 2026
Femminicidio

Ilaria Sula, 22 anni. Sara Campanella, 22 anni anche lei.
Due ragazze uccise brutalmente a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
Due storie diverse, stesso epilogo orrendo.
Una infilata in una valigia e gettata in un dirupo.
L’altra sgozzata in strada, davanti a tutti.

In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo che “non accetta il rifiuto”.

Eppure questa volta qualcosa si muove.
Le piazze si riempiono. Ragazze e ragazzi marciano insieme, a Messina, a Roma, a Milano, gridando forte: “Ci vogliamo vive”.

Forse, dopo tanto parlarne, siamo all’inizio di una nuova onda.
Forse, finalmente, la rabbia comincia a farsi forza collettiva.

Eppure c’è chi rema contro anche adesso. Chi, di fronte a questo dolore collettivo, trova il tempo per alimentare stereotipi tossici.

Secondo il Ministro della Giustizia la colpa sarebbe, testualmente, di “giovani di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne”.
E prima di lui, il Ministro dell’Istruzione aveva detto più o meno la stessa cosa.

I dati, quelli veri, raccontano un’altra storia.
Nel 2023, su 160 accusati di femminicidio, 116 erano italiani. Su oltre 5.800 indagati per stupro, il 57% erano italiani.
Altro che “questione di etnia”. Questa è una questione di cultura.
Tutta nostra.

Una cultura patriarcale e violenta, che cresce dentro le nostre case, si infiltra nei corridoi delle scuole, si spalma nei palinsesti della televisione, si normalizza nelle chiacchiere da bar.

Una cultura che assolve, che minimizza, che giustifica. Che, se può, scarica la colpa su qualcun altro, pur di non guardarsi allo specchio.

E intanto il governo taglia i fondi per l’educazione all’affettività.
Solo 500.000 euro per tutte le scuole d’Italia. Sapete quant’è? Nulla.
Gli altri li sposta – udite udite – sulla prevenzione dell’infertilità.
Come se fosse questa l’emergenza.
Come se formare genitori fosse più importante che formare cittadini.
Come se la radice della violenza potesse essere ignorata o, peggio ancora, rimossa per motivi ideologici.

Credo davvero che si arrivato il tempo di una rivoluzione culturale.
Serve, adesso.
Serve nelle scuole, già dalla primaria. Serve educare i bambini, i ragazzi, gli uomini a riconoscere l’altro da sé, a rispettare i no, a comprendere che le donne non sono estensioni del loro ego.

Non bastano più le parole. Servono leggi, sì, ma soprattutto serve cambiare mentalità. Serve che le piazze non si svuotino dopo una settimana. Serve che la rabbia non si plachi, ma si trasformi in azione.

Perché Ilaria non c’è più. Perché Sara non c’è più.
Giovani donne che volevano solo vivere, e invece sono morte per colpa di un Paese che non ha ancora avuto il coraggio di guardarsi allo specchio.

E perché domani, se non cambiamo tutto, potrebbe non essercene un’altra.

Questa non è una battaglia politica.
Non è di destra o di sinistra.
Questa è una battaglia per la civiltà.
E riguarda tutti.
Anche te che mi stai ascoltando…