Un paradosso amaro colpisce tre aziende di mitilicoltori tarantini che, per consentire lo svolgimento delle gare di canoa nella zona di Cimino, hanno dovuto smantellare completamente i propri impianti. Una collaborazione piena, richiesta dalle istituzioni e portata avanti in tempi strettissimi: pali rimossi, reti tirate via, corpi morti recuperati dal fondale. Un lavoro lungo, costoso e faticoso.
Il risultato, però, è devastante: produzione azzerata per l’intera stagione e nessun ristoro economico. Come denuncia Emilio Palumbo di Coldiretti Pesca, le tre imprese si trovano oggi «in un limbo dove la burocrazia ci sta strangolando». Nonostante la disponibilità mostrata, i mitilicoltori si ritrovano con i portafogli vuoti e senza alcuna certezza sui tempi di un indennizzo che sembra non arrivare mai.
Sul tavolo c’è una cifra complessiva di 30.000 euro, destinata alle tre aziende. Una somma che coprirebbe solo una minima parte delle perdite reali, considerando non solo il mancato raccolto, ma anche le spese sostenute per liberare lo specchio d’acqua. Eppure, anche quel ristoro ridotto è ancora fermo.
Il danno è doppio: economico e strutturale. Le aziende hanno perso l’intera produzione annuale e dovranno investire nuovamente per reinstallare gli impianti. Una situazione che colpisce in modo mirato solo tre operatori, rendendo ancora più evidente l’ingiustizia del caso.
La mitilicoltura tarantina, settore identitario e storico, si ritrova così a fare i conti con una burocrazia che rallenta, blocca e mette in difficoltà chi ha scelto di collaborare. Un comparto che chiede risposte rapide, certe e concrete.
La città, intanto, osserva. E aspetta che qualcuno sblocchi ciò che è stato promesso.
Servizio a cura di Valentina Castellaneta