«Pretendere è una parola importante.» Con questa frase, Raffaele Cataldi, operaio ILVA–INAES in cassa integrazione, sintetizza lo spirito che attraversa Taranto alla vigilia del grande corteo del 17 ottobre. Una mobilitazione che nasce dalla volontà di una città che non vuole più subire decisioni calate dall’alto, ma rivendicare il diritto di scegliere il proprio futuro.
Cataldi ricorda l’eredità di Massimo, simbolo delle lotte tarantine: «Dobbiamo pretendere che la città decida. A Genova, in un attimo, hanno fatto il decreto. A Genova hanno scelto di non morire di lavoro.»
Un messaggio che punta dritto al cuore della questione: Taranto non vuole più essere spettatrice, ma protagonista.
La mobilitazione è promossa da decine di associazioni e movimenti del territorio. Tra le voci più forti quella di Virginia Rondinelli dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti: «L’idea che la cittadinanza sia contrapposta agli operai è falsa. Nel 2012 operai e città erano insieme. Nel nostro comitato ci sono gli stessi operai: non potremmo mai chiamare assassini i nostri fratelli.»
Il corteo vuole ribadire un principio fondamentale: la fine del ricatto tra salute e lavoro.
L’associazione Diseducation, con il presidente Marco D’Andrea, ha lavorato per rendere la manifestazione inclusiva:
mappe audio per non vedenti,
zone di decompressione sensoriale,
personale di supporto lungo il percorso,
informazioni diffuse sui social per garantire sicurezza e accessibilità.
«La comunicazione è la prima forma di accessibilità», sottolinea D’Andrea.
Il ritrovo è fissato per: Piazzale Democrate
Sabato 17 ottobre – ore 16
Da lì, la voce di Taranto tornerà a farsi sentire per chiedere:
la chiusura del polo siderurgico,
le bonifiche dell’intero territorio,
un lavoro dignitoso, sicuro, non ricattabile.